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Non potho reposare

Spogliati gli alberi, smontati i presepi, arrotolate le luminarie, appassite le stelle di natale, resta ciò che l’oro, l’argento, i colori e gli zuccheri della festa per un po’ ci avevano nascosto: in una parola, è la realtà, che torna più nitida e implacabile di prima.

Il vento freddo dell’inverno è come se ribadisse ogni pietra, ogni metallo, ogni distanza. Dietro un vetro, con in mano una tazza di tisana depurante, non è difficile essere colti da qualche malinconia, sorpresi dal fruscio impercettibile di qualche assenza annidata nell’angolo più buio di casa nostra. Perché tutto questo non diventi amaro, ma sia come la coccola di una malinconia dolce e sognante, oggi vi proponiamo un brano che penetrato profondamente nella cultura e nella sensibilità sarde: Non potho reposare.


Nel 1920 Giuseppe Rachel musicò le parole di una poesia che l’avvocato sarulese Badore Sini aveva scritto nel 1915. La poesia si intitolava A Diosa, e allo stesso modo si intitolò anche la composizione di Rachel, che entrò a far parte del repertorio del Corpo musicale filarmonico di Nuoro, di cui lo stesso Rachel era direttore. Il brano cominciò così ad essere eseguito e piacque, piacque molto, tanto che già negli anni Sessanta non c’era praticamente coro in Sardegna che non lo eseguisse. Ormai, tuttavia, il pubblico lo conosceva non tanto con il suo titolo originale, ma come Non potho riposare, le prime parole del testo. Il contributo di musicisti quali, fra gli altri, Maria Carta e Andrea Parodi portarono il brano anche al di fuori della musica polifonica diffondendolo presso un pubblico più ampio.


Cosa dirne? Ascoltatela, anzitutto. In rete ne troverete tantissime versioni. Qui possiamo solo notare due cose. La prima è che il brano tratta in modo esemplare di un’esperienza tipica, in cui siamo quasi tutti incorsi almeno una volta nella vita: l’insonnia d’amore. La seconda è che in Non potho riposare ci sono una dolcezza talmente struggente, una malinconia talmente desta, una gioia talmente mesta che tutte insieme ti prendono il cuore dal nascondiglio del petto e te lo schiudono a ogni incalcolabile immensità. Si tratta di uno stato d’animo non infrequente su un’isola come la Sardegna. Per certi versi, ci ricorda un’altra canzone, D'ä mæ riva di Fabrizio De Andrè, in cui il cantautore pensa alla sua Genova proprio dalla Sardegna e a un certo punto dice, rivolto alla sua città natale: “ti me perdunié u magún / ma te pensu cuntru su”, cioè “tu mi perdonerai il magone / ma ti penso contro sole”.

NON POTHO REPOSARE

Non potho reposare amore ‘e coro
Pensende a tie so donzi momentu
No istes in tristura, prenda ‘e oro
Ne in dispiachere o pensamentu
T’assicuro ch’ a tie solu bramo
Ca t’amo forte t’amo, t’amo, t’amo
Si m’essere possibile d’anghelu
S’ispiritu invisibile piccabo
Sas formas e furabo dae chelu
Su sole e sos isteddos e formabo
Unu mundu bellissimu pro tene
Pro poder dispensare cada bene
Unu mundu bellissimu pro tene
Pro poder dispensare cada bene
No potho viver no chena amargura
Luntanu dae tene amadu coro
A nudda balet sa bella natura
Si no est accurtzu su meu tesoro
E pro mi dare consolu e recreu
Coro, diosa amada prus ‘e Deus
T’assicuro ch’a tie solu bramo
Ca t’amo forte t’amo, t’amo, t’amo
T’assicuro ch’a tie solu bramo
Ca t’amo forte t’amo, t’amo, t’amo


TRADUZIONE:
Non posso riposare, amore del cuore,
sto pensando a te ogni momento.
Non essere triste, gioiello d’oro,
né addolorata o preoccupata:
ti assicuro che desidero solo te
perché ti amo forte, ti amo e ti amo.
Se mi fosse possibile, prenderei
lo spirito invisibile dell’angelo
e ruberei dal cielo il sole e le stelle
e creerei un mondo bellissimo per te
per poterti regalare ogni bene.
Non posso vivere che con un po’d’amarezza
lontano da te, cuore amato.
A nulla valgono le bellezze della natura
se non ti ho vicino, tesoro mio,
che mi consoli e mi fai rinascere,
cuore amato più di Dio.
Ti assicuro che desidero solo te
perché ti amo forte, ti amo e ti amo.
Ti assicuro che desidero solo te
perché ti amo forte, ti amo e ti amo.

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